GRAMSCI, O LA PERSUASIONE

Christian Riechers . 1970
arteideologia raccolta supplementi
made n.13 marzo 2017
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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GRAMSCI, L'ITALIA E IL MONDO §XI
La «crisi d'egemonia» della borghesia italiana, per Gramsci suscitata dal fascismo, ha fatto indubbiamente subentrare il momento della forza e della coercizione diretta a quello del consenso volontario, che si sarebbe dovuto raggiungere mediante la costante opera di persuasione degli «intellettuali organici» della borghesia. Tuttavia tale crisi non ha soppresso del tutto la funzione degli «intellettuali organici». La giustificazione «indiretta» fornita da Croce per il fascismo degli inizi sarebbe nata da un'«ipotesi ideologica» che Gramsci così riassume: 
si avrebbe una rivoluzione passiva nel fatto che per 1'intervento legislativo dello Stato e attraverso l'organizzazione corporativa, nella struttura economica del paese verrebbero introdotte modificazioni più o meno profonde per accentuare l'elemento 'piano di produzione', verrebbe accentuata cioè la socializzazione e cooperazione della produzione senza perciò toccare (o limitandosi solo a regolare e controllare) l'appropriazione individuale e di gruppo del profitto. Nel quadro concreto dei rapporti sociali italiani questa potrebbe essere l'unica soluzione per sviluppare le forze produttive dell'industria sotto la direzione delle classi dirigenti tradizionali, in concorrenza con le più avanzate formazioni industriali che monopolizzano e materie prime e hanno accumulato capitali imponenti.[1]

 Non ha molta importanza stabilire se ciò che Gramsci scrive corrisponda effettivamente alle intenzioni personali di Croce all'inizio (o anche nel corso) della dittatura fascista,[2] dal momento che questi può continuare a esercitare la sua funzione di «papa laico», di primo «intellettuale organico» della borghesia e della nazione, per sostenere gli interessi a lungo termine della propria classe «nella sua compostezza classico-goethiana». Degno di nota è come Gramsci descriva un'evoluzione che si è poi verificata realmente, nel corso della quale la democrazia italiana del dopoguerra - fondandosi sui lavori preparatori del fascismo (intervento statale pianificato, limitazione di capitalismo di Stato e capitale privato) - ha potuto poggiare su un'ampliata struttura industriale moderna. Gramsci sviluppa le seguenti considerazioni:

ciò che importa politicamente e ideologicamente è che esso [il fascismo] può avere ed ha realmente la virtù di prestarsi a creare un periodo di attesa e di speranze, specialmente in certi gruppi sociali italiani, come la grande massa dei piccoli borghesi urbani e rurali, e quindi a mantenere il sistema egemonico e le forze di coercizione militare e civile a disposizione delle classi dirigenti tradizionali.[3]

Anche questa profezia si è avverata. Solo che, nel passaggio dal fascismo alla democrazia, la conservazione del «sistema egemonico» è avvenuta in buona misura tramite la partecipazione al governo, dal 1944 al 1947, del Partito che si richiamava a Gramsci, il cui programma da allora ha dato non poca espressione alle «speranze» della «grande massa dei piccoli borghesi urbani e rurali».
Ma l'impostazione realistica, grazie alla quale Gramsci avrebbe potuto individuare con lucidità la posizione dell'Italia nel sistema capitalistico mondiale, non viene ulteriormente sviluppata. Egli non mette in dubbio in modo diretto che l'analisi della situazione mondiale possa essere utile per una strategia politica: 

Forse oggi questi interessi diventano più vasti con la filosofia della prassi, in quanto ci convinciamo che solo la conoscenza di tutto un processo storico ci può render conto del presente e dare una certa verosimiglianza che le nostre previsioni politiche siano concrete. Ma non è da illudersi neanche su questo argomento. Se in Russia c'è molto interesse per la quistione orientale, questo interesse nasce dalla posizione geopolitica della Russia e non da influssi culturali più universali e scientifici. Devo dire la verità: tanta gente non conosce la storia d'ltalia, anche in quanto essa spiega il presente, che mi pare necessario far conoscere questa prima di ogni altra. Però un'associazione di politica estera che studiasse a fondo le quistioni anche della Cocincina e dell'Annam non mi dispiacerebbe intellettualmente: ma quanti ci si interesserebbero? [4]

La posizione di Gramsci resta dunque sostanzialmente euro-centrica: 

In realtà, ci ha finora interessato la storia europea e abbiamo chiamato 'storia mondiale' quella europea con le sue dipendenze non europee.[5] 

Ma nemmeno ciò è sufficiente a spiegare l'interpretazione gramsciana. Oltre alla storia italiana, egli sembra conoscere un po' più da vicino la storia francese, dalla Rivoluzione in poi accettata in termini sostanzialmente positivi, come modello di ininterrotto sviluppo democratico, e in rapporto al quale misura il contemporaneo sviluppo italiano fino ai suoi giorni[6]
Accanto al confronto astratto tra l'Italia e la Francia, Gramsci cerca di porre le basi per una strategia politica del movimento operaio nell'Europa occidentale, collegandosi a suo modo alle esperienze della Rivoluzione d'Ottobre.
Già agli inizi del 1924, quando lavorava per formare la frazione contro Bordiga, aveva tracciato in un lettera alcuni spunti di tale strategia: 

La determinazione, che in Russia era diretta e lanciava le masse nelle strade all'assalto rivoluzionario, nell'Europa centrale ed occidentale si complica per tutte queste superstrutture politiche, create dal più grande sviluppo del capitalismo, rende più lenta e più prudente l'azione della massa e domanda quindi al partito rivoluzionario tutta una strategia e una tattica ben più complessa e di lunga lena di quelle che furono necessarie ai bolscevichi nel periodo tra il marzo ed il novembre 19177. [7] 

Nei Quaderni una minuziosissima analogia con la strategia militare serve ad evidenziare ulteriormente questa differenza. Le esperienze della prima guerra mondiale avrebbero provato che la guerra di posizione ha preso il posto della guerra di movimento. Certo, gli esperti non hanno affermato 

che il tipo precedente [di guerra] debba essere considerato come espunto dalla scienza; ma che, nelle guerre tra gli Stati più avanzati industrialmente e civilmente, esso deve considerarsi ridotto a funzione tattica più che strategica, deve considerarsi nella stessa posizione in cui era prima la guerra d'assedio in confronto a quella manovrata. [8] 

Analogamente, anche nella scienza politica occorre partire dalla necessità di passare dalla guerra di movimento alla guerra di posizione. Lenin avrebbe già anticipato tale passaggio nella «formula del ‘fronte unico’, che corrisponde alla concezione di un solo fronte dell'Intesa sotto il comando unico di Foch».[9] Nella pratica il problema è risolvibile solo su un piano nazionale mediante «una ricognizione del terreno e una fissazione degli elementi di trincea e di fortezza rappresentati dagli elementi di società civile, ecc.». [10]
Gramsci si rivolge poi contro Trotsky e il «concetto politico della così detta 'rivoluzione permanente', sorto prima del 1848 come espressione scientificamente elaborata delle esperienze giacobine dal 1789 a Termidoro. La formula è propria di un periodo storico in cui non esistevano ancora i grandi partiti politici di massa e i grandi sindacati economici e la società era ancora, per dir così, allo stato di fluidità sotto molti aspetti».[11] Se la «rivoluzione permanente» ha avuto una qualche giustificazione anche per la Russia, dove la situazione era analoga a quella rispetto alla quale era nata, in Occidente essa non appare più applicabile a Gramsci: «viene elaborata e superata nella scienza politica nella formula di 'egemonia civile'».[12]
Il 1917 avrebbe segnato l'apogeo della guerra politica di movimento, ma le metamorfosi sociali successive al 1848 o al 1870 avrebbero già dovuto porre in chiaro l'impossibilità di una guerra politica di movimento nell'Europa centro-occidentale: 

La tecnica politica moderna è completamente mutata dopo il '48, dopo l'espansione del parlamentarismo, del regime associativo sindacale e di partito, del formarsi di vaste burocrazie statali e 'private' (politico-private, di partito e sindacali) e le trasformazioni avvenute nell'organizzazione della polizia in senso largo, cioè non solo del servizio statale destinato alla repressione della delinquenza, ma dell'insieme delle forze organizzate dallo Stato e dai privati per tutelare il dominio politico ed economico delle classi dirigenti. In questo senso, intieri partiti 'politici' e altre organizzazioni economiche o di altro genere devono essere considerati organismi di polizia politica, di carattere investigativo e preventivo. [13] 

Gramsci allude non solo al manifestarsi di questa tendenza sotto il fascismo, bensì anche ad una propensione di organizzazioni sociali a divenire, in regime democratico, «organismi di polizia politica». I governi di coalizione sono per lui già un «grado iniziale di cesarismo», in quanto ciò «esprime una situazione in cui le forze in lotta si equilibrano in modo catastrofico, cioè si equilibrano in modo che la continuazione della lotta non può concludersi che con la distruzione reciproca».[14] Ma, anche qui, quando, nel valutare la situazione mondiale, si accosta in certo senso al «catastrofismo» iniziale della Terza Internazionale, lo assolutizza in modo fatalistico, assumendo il movimento operaio come un'entità priva di specifica fisionomia storica.
Peraltro, accanto a Trotsky, «che in certo modo deve essere considerato il teorico dell'attacco frontale, in un periodo in cui questo poteva provocare solo delle sconfitte»,[15] egli critica anche Rosa Luxemburg, di cui definisce lo scritto Sciopero di massa, Partito e sindacati come «un vero e proprio misticismo storico», espressione dell'«aspettazione di una specie di folgorazione miracolosa».[16]
La polemica contro i teorici della «guerra di movimento» non si spiega soltanto con la situazione in cui si trova Gramsci. Egli si schiera di fatto retrospettivamente per gli avversari di Trotsky e di Rosa Luxemburg, quando questi - l'uno contro i menscevichi e l'altra contro i riformisti socialdemocratici e i dirigenti sindacali tedeschi - avevano sviluppato le loro concezioni. Gramsci si rifà a Eduard Bernstein, che nel 1908 aveva spiegato il suo riformismo sostenendo che 

noi - i socialisti dell'Europa occidentale - dobbiamo contare su una sopravvivenza e una elasticità dell'attuale ordine sociale oltre i limiti che erano stati ipotizzati, e sviluppare conseguentemente la prassi della nostra lotta.[17] 

Proprio Bernstein è infatti stato il teorico per eccellenza della «guerra di posizione»: 

L'enorme estensione del campo di battaglia e la grande molteplicità dei collegamenti sociali rendono necessario attaccare il lavoro da ogni parte. [18] 
Impressionato dall'onnipresenza dell'avversario di classe, Bernstein voleva affrontarlo da tutti i lati, invece di sferrare l'attacco nei punti decisivi, dove la debolezza relativa della classe operaia avrebbe potuto rivelarsi un fattore di forza. Solo con la somma di successi parziali, che presumeva non venissero annullati dalle contromosse dell'avversario, Bernstein pensava che si potesse avanzare gradualmente verso il socialismo.

Gramsci ritiene che questa strategia, pur in condizioni più difficili, sia l'unica possibile. La struttura totalitaria dell'apparato statale e sociale avversario dimostra, per lui, che si è entrati «in una fase culminante della situazione storico-politica». Nondimeno è dell'avviso che «nella politica la 'guerra di posizione', una volta vinta, è decisa definitivamente».[19]
Il carattere contraddittorio delle riflessioni di Gramsci non potrebbe essere più chiaro. Egli continua: 
Nella politica l'assedio è reciproco, nonostante tutte le apparenze, e il solo fatto che il dominante debba fare sfoggio di tutte le sue risorse dimostra quale calcolo esso faccia dell'avversario.[20] 

In regime totalitario parlare di assedio reciproco ha senso solo se la classe operaia si trova in uno stato continuo di fermentazione "spontaneamente" rivoluzionaria. Ma addebitare questa idea a Gramsci non e giusto di fronte alla decisione con cui ha criticato analoghe illusioni della dirigenza del PCI in esilio durante la crisi economica mondiale.
L'assedio reciproco presuppone un equilibrio di forze. Ma un regime totalitario, come sottolinea Gramsci, finché è forte abbastanza, soffoca subito una nascente opposizione. Egli, perciò, deve postulare una situazione in cui la classe operaia abbia quanto meno la possibilità di disporre di un Partito, che la trasformi da classe «in sé» in classe «per sé».
Solo una volta che sia data tale situazione, si potrà infatti parlare di «guerra di posizione». Quando pero la «guerra di movimento» si riduce a «funzione tattica più che strategica”,[21] subordinata alla «guerra di posizione», Gramsci commette in materia di teoria politica un errore analogo a quello che erroneamente rimprovera a Plechanov. Il movimento diviene un caso particolare della quiete: 

Nella politica [...] sussiste la guerra di movimento fino a quando si tratta di conquistare posizioni non decisive e quindi non sono mobilizzabili tutte le risorse dell'egemonia dello Stato.[22] 

Forse Gramsci sbaglia perché insiste troppo sul modello militare; «fissarsi sul modello militare» - scrive egli stesso - «è da sciocchi: la politica deve [...] essere superiore alla parte militare e solo la politica crea la possibilità della manovra e del movimento».[23]
Qualora anche si concepisca - e non è il caso di Gramsci - la «guerra di posizione» come momento tattico, volto a una prima attuazione di una più ampia «guerra di movimento», non si va però oltre le idee di Bernstein. Quest'ultimo - in una fase di sviluppo relativamente pacifico del capitalismo, anteriormente alla guerra mondiale - poteva ancora parlare di una serie di riforme che soggettivamente, nell'ambito della sua concezione di passaggio graduale dal capitalismo al socialismo, sembravano anche dargli ragione. Ma chi, al giorno d'oggi, voglia ricollegarsi alle riflessioni di Gramsci sulla «guerra di posizione», senza scorgere la profonda rassegnazione e l'inconfessato disorientamento che vi si annidano, dovrebbe per lo meno domandarsi se in una mutata situazione economico-sociale è ancora vero che «intieri partiti 'politici' e altre organizzazioni economiche o di altro genere devono essere considerati organismi di polizia politica, di carattere investigativo e preventivo» e in caso affermativo esaminare se il loro ambito, dai tempi di Gramsci, non si sia considerevolmente allargato, con 1'invasione anche delle organizzazioni che si spacciano per rappresentanti designate della classe operaia nei paesi dell'Europa occidentale. Essere «organismi di polizia politica» per Gramsci, non vuol dire banalmente assolvere dirette funzioni di delatori per un settore relativamente importante ma tutt'altro che decisive degli apparati statali di tutti i paesi del mondo; significa invece contribuire come questi ultimi, o magari in modo più determinante, a perpetuare l'attuale situazione economico-sociale.
Il ruolo della ricerca di una strategia politica per il movimento operaio dell'Europa occidentale si rivela tuttavia secondario nei Quaderni rispetto a quello dello sforzo per chiarire come l'Italia, «nazione ritardata», possa giungere a costituirsi pienamente in nazione. Mettere in luce le scosse tradizioni degli intellettuali democratici realmente aperti al popolo è per Gramsci forse più importante che non chiarire il suo rapporto con il marxismo, rapporto che trova spiegazione proprio e soltanto nella sua subordinazione alle finalità «nazionali».
Gramsci fa proprio in larga misura il Rinnovamento d'ltalia, cioè il programma sostenuto nell'omonimo libro da Vincenzo Gioberti, discusso ideologo del primo Risorgimento. E non nasconde le sue simpatie per questo giacobino in abito talare.[24]
Nell'aspirazione a rinnovare la cultura popolare egli non è solo. Nel 1937, anno della sua morte, lo scrittore Vasco Pratolini scrive in un foglio dei giovani dissidenti fascisti di sinistra: 

In questo nostro tentativo di contributo alla polemica per una cultura fascista ci ha interessato, in primo luogo e soprattutto, chiarire la necessità politica e l'obbligo morale che come fascisti abbiamo di favorire ed incrementare, coordinare e facilitare una cultura popolare la quale, elevando il livello intellettuale della massa, potenzia l'Idea nella sua struttura sociale con una aderente, specifica, conscia partecipazione del popolo alla dottrina e agli sviluppi rivoluzionari.[25] 

Questi fascisti di sinistra - di cui molti si uniranno ai socialisti e ai comunisti di Togliatti già nell'ultimo decennio della dittatura fascista e i più al termine di essa - non avranno altro da fare se non mutare il proprio attributo di fascisti in quello di democratici, socialisti o comunisti, per scoprire nelle opere di Gramsci un'impostazione analoga alla loro.
Alberto Asor-Rosa, che - come la maggior parte dei critici italiani di Gramsci - lo ha attaccato in un campo (quello letterario), per poi esaltarlo in un altro come marxista conseguente, si esprime in termini assai calzanti circa la sua posizione: 

[...] il tentativo tipicamente borghese di saldare popolo e nazione, perseguito allo scopo di realizzare un profondo e generale progresso democratico, si poneva per Gramsci - proprio perché esso era assunto con spirito di simpatia verso il destino delle masse popolari - in una forma tutt'altro che dirompente e rivoluzionaria: il momento del consenso finiva per avere la meglio sul momento della rottura e della polemica. [26]

Forse non è del tutto fuori luogo definire Gramsci come l'ultimo grande ideologo della tradizione democratica italiana. La recezione borghese del marxismo (da cui abbiamo preso le mosse) trova la sua apoteosi nell'opera di un uomo che - pur dovendo patire il carcere e una grave malattia per non aver rinnegato la sua appartenenza a un partito rivoluzionario - è stato sopraffatto dal suo passato filosofico.
Vittima diretta del fascismo, Gramsci appare al tempo stesso vittima indiretta della degenerazione del movimento comunista. La storia di quest'ultimo ha fatto sì che non potesse più ricevere un aiuto dall'estemo e lo ha risospinto su posizioni da cui forse, se le circostanze esterne fossero state diverse, avrebbe potuto lentamente liberarsi egli stesso. Supposta una simile evoluzione interiore, Gramsci sarebbe potuto divenire, se non il più grande marxista italiano dopo Antonio Labriola, almeno un marxista che Benedetto Croce - con tutto il rispetto per l'avversario defunto - non avrebbe potuto così facilmente annoverare tra i suoi seguaci.
Invece Gramsci dà ragione pienamente a Croce. Il contributo del «popolo italiano» alla storia mondiale non si trova, per lui, nell'internazionalismo proletario della Terza Internazionale nella sua prima fase, né nel massimalismo delle correnti di sinistra dei partiti dell'Europa centro-occidentale legati alla Seconda Internazionale: 

La 'missione' del popolo italiano è nella ripresa del cosmopolitismo romano e medioevale, ma nella sua forma più moderna e avanzata. Sia pure nazione proletaria, come voleva il Pascoli; proletaria come nazione perché è stato l'esercito di riserva dei capitalisti stranieri, perché ha dato maestranze a tutto il mondo insieme ai popoli slavi. Appunto perciò deve inserirsi nel fronte moderno di lotta per riorganizzare il mondo anche non italiano [...].[27] 

Gramsci cita spesso il motto di Lassalle: «Dire la verità è rivoluzionario». Ciò che egli ritiene vero appare nei suoi scritti. Chi si richiama a Gramsci e intende sviluppare le sue concezioni, dovrebbe anche meditare sulla frase di Hegel: 

Per quanto concerne l'individuo, ognuno è senz'altro figlio del suo tempo; così anche la filosofia è il suo tempo tradotto in idee.[28] 

Se la filosofia di Gramsci dovesse realmente andare oltre il suo tempo - come è consentito alla teoria marxista, se praticata in modo rigorosamente scientifico - i risultati della ricerca che abbiamo proposta sui rapporti fra la teoria di Gramsci e il marxismo dovrebbero certamente esser sottoposti a una revisione critica, che ne dimostrasse la parziale o totale falsità.

Nel pêle-mêle si riconoscono, dall'alto in basso e da destra a sinistra: Marat, Cardan,Lassailly e Forneret, Freud, Jarry, Djerzinski, Achim von Arnim, Héraclite, Marx, Crevel, Breton, Aragon, Eluard, Vaché, Babeuf, Hegel, Tzara, Rimbaud, Lautrémont, Magritte, Souris, Mesems, Nougé, Sade, Bonnot. Soudy, Garnier, Monier, Callemin, Vallet, Carouy e Cornelio Agrippa.
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§ X! - Il paragrafo conclusivo del testo di Christian Riechers Gramsci e le ideologie del suo tempo, ed.Graphos, Genova 1993. Titolo originale, Antonio Gramsci - Marxismus in Italien, 1970.

[1] - Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Torino Einaudi, 1948, p. 195.
[2] - Circa i rapporti di Croce col fascismo cfr. Emilio Agazzi, Benedetto Croce e l’avvento del fascismo, in “Rivista storica del socialismo”, n. 7, gennaio-aprile 1966.
[3] - Gramsci, Il materialismo..., cit., p. 194.
[4] - Gramsci, Passato e presente, Torino, Einaudi, 1951, p. 173 sg.
[5] - Ibidem.
[6] - Cfr. l’elogio gramsciano dell’atteggiamento democratico proprio degli intellettuali francesi (Il materialismo..., cit., pp.120 sg.) e il giudizio sui rapporti tra Francia e Italia (Passato..., cit., pp. 33 sgg.). Una critica marxista di questa concezione, propria degli intellettuali del PCI già prima dell’uscita dei Quaderni, è offerta da Bruno Maffi, La “mancata rivoluzione borghese” in Italia, e di Alfa (pseudonimo di Amadeo Bordiga), La classe dominante italiana e il suo Stato nazionale. Si trovano in “Prometeo”, rivista mensile del Partito Comunista Internazionalista, n.1 e n.2, rispettivamente del luglio 1946 e dell’agosto 1946. Si veda anche la rassegna dello storico liberale Rosario Romeo, nel libro Risorgimento e capitalismo, Bari, Laterza, 1959.
[7] - In Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del partito comunista italiano nel 1923-1924, Roma Editori Riuniti, 1967,  p. 197.
[8] - Gramsci, Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo stato moderno, Torino, Einaudi, 1951, p. 66.
[9] - Ibidem, p.68.
[10] - Ibidem.
[11] - Gramsci, Note sul Machiavelli.., cit., p.84.
[12] - Ibidem.
[13] - Gramsci, Note sul Machiavelli.., cit., p. 59.
[14] - Ibidem, p. 58.
[15] - Gramsci, Passato e presente, cit.,  p.71.
[16] - Gramsci, Note sul Machiavelli.., cit., p.65.
[17]  - E. Bernstein, Socialismo..., cit., p.24.
[18] - Bernstein, Zur Frage: Sozialliberalismus oder Collectivismus, Berlino, 1900, p. 16, cit. in Peter Brokmaier, Democratie und Sozialismus in den Schriften Eduard Bernstein vor 1914 (dissertazione di laurea dattiloscritto, presentata presso l’Istituto Otto Suhr della “Freie Universität” di Berlino, autunno 1966, p. 29).
[19] - Gramsci, Passato e presente, cit., p.71.
[20] - Ibidem.
[21] - Gramsci, Note sul Machiavelli.., cit., p. 71.
[22] - Gramsci, Passato e presente, cit., p. 71.
[23] - Gramsci, Note sul Machiavelli.., cit.,  p.64.
[24] - Quest’influsso è sottolineato da Alberto Asor-Rosa, Scrittori e popolo. Saggio sulla letteratura populista in Italia, Roma, Samonà e Savelli, 1965. P. 264 sg. Cfr pure Gramsci, Il Risorgimento, Torino, Einaudi, 1949,  pp.104 e 144 sg.
[25] - Citato da Asor-Rosa, op. cit. p. 142.
[26] - Asor-Rosa, op. cit., p. 217.
[27] - Gramsci, Il Risorgimento, cit, 1949, p. 67.
[28] - Hegel, Grundlinien der Philosophie des Rechts, Hamburg, 1955, p.16 (ed. it. Lineamenti di filosofia del diritto, Bari, Laterza, 1971).

Nel pêle-mêle di Scutenaire si riconoscono, dall'alto in basso e da destra a sinistra: Marat, Cardan,Lassailly e Forneret, Freud, Jarry, Djerzinski, Achim von Arnim, Héraclite, Marx, Crevel, Breton, Aragon, Eluard, Vaché, Babeuf, Hegel, Tzara, Rimbaud, Lautrémont, Magritte, Souris, Mesems, Nougé, Sade, Bonnot. Soudy, Garnier, Monier, Callemin, Vallet, Carouy e Cornelio Agrippa.